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Blocco immediato per un sacco di gente, tipo chi usa 'sinistri' e chi confonde propal con prohamas.

Lontano 2h da ogni mare
Joined May 2019
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Bruce Springsteen and The E Street Band have released the third part of their Philadelphia Freedom Cut project today, sharing official video of the next eight songs from their Land of Hope and Dreams American Tour finale. youtu.be/f-NGGoCCQBA?si=n9Dx… #estreetband #springsteen
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Analisi è come sempre precisa, dettagliata e documentata, da leggere sempre:
🧵1/9 I video sullo stop alle armi all’Ucraina di Albanese, Bompiani e Conte circolati ultimamente vengono tutti dai giorni del NOVA Festival. Evento M5S e, soprattutto, fase finale del processo con cui Conte dice di aver fatto decidere il programma alla base… dice.
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🔴 LE HAVRE | Les TRAVAILLEURS font une CHAÎNE HUMAINE pour protéger les LYCÉENS Après que la police a gazé les lycéens mobilisés du lycée François Ier, les syndicalistes venus soutenir les élèves ont fait une chaîne humaine pour les défendre face à la violence de la police.
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Non voterò mai una coalizione con dentro il #M5S, un personaggio come #Conte a me fa schifo. #campolargo
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Si, Liliana Segre, per me, è stata come Ed Sheeran. L'ho amata molto quando ancora non la conoscevo abbastanza. Adesso, le scriverò una lettera. Senatrice, la mia insofferenza per le sue parole non è nata oggi. Mi sono già sentita nauseata, molto prima di questo ultimo appello, dalla alla sua insistenza sulla semantica. Davanti all'orrore di Gaza, il suo richiamo è stato quello di non usare con leggerezza la parola genocidio. Null'altro. Con quale leggerezza dovremmo parlare della morte di migliaia di bambini, Senatrice? Non posso fare a meno di domandarmi come lei possa invocare l'unanimità per un decreto che proprio sulla semantica fa una gran confusione. Perché criticare Israele non ha nulla a che fare con l'essere antisemiti. Un ebreo non è Israele. Un palestinese non è Hamas. Un governo non è un popolo e una religione non è uno Stato. Criticare le decisioni di uno Stato non significa odiare chi appartiene a un'etnia o a una religione. E se perdiamo questa distinzione, perdiamo anche la possibilità di discutere. Vede Senatrice, la memoria della Shoah, per me, non è solo teoria. La mia famiglia l'ha vissuta. Franco, il fratello di mio nonno fu deportato quando aveva 13 anni. Morì a Mauthausen, anche se non era ebreo ed è stato il più giovane "deportato politico" italiano a perdere la vita nei lager. Un bambino, che di politica non ne sapeva proprio nulla. Se il mio tempo fosse stato quello del nazismo, voglio credere che sarei stata per lei una spalla e che avrei aperto la porta per nasconderla, proteggerla, salvarla.. E oggi sto facendo esattamente la stessa cosa: protesto, sciopero, manifesto, aiuto come posso. Può spiegarmi perché questo invece non dovrebbe andare bene? Mi consenta di parlare della memoria, argomento che so esserle molto caro. lo penso, Senatrice, che la memoria non dovrebbe insegnarci a decidere chi meriti di essere difeso. Dovrebbe insegnarci a riconoscere quando qualcuno ha bisogno di essere difeso e a non restare indifferenti. E qui torno alle sue parole, che non mi piacciono, perché da chi ha conosciuto la disumanizzazione, ci si aspetta una sensibilità assoluta davanti alla sofferenza degli altri. Non una gara di semantica, non una graduatoria delle vittime e di certo non una memoria utilizzata come confine tra chi possiamo compatire e chi dobbiamo prima giustificare. Non oso immaginare a lei, ma a me la Shoah ha insegnato una cosa semplice: che il primo passo verso l'orrore è convincersi che qualcun altro sia un problema e che possa essere sacrificato. lo, Senatrice, voglio poter piangere per un bambino ebreo e per un bambino palestinese senza dover scegliere quale dolore sia più legittimo. E voglio poter dire "genocidio" se è questo è il termine che ritengo più adeguato a descrivere ciò che vedo, senza che qualcuno decida per me che quella parola mi renda antisemita. Perché io non accetto che un mio diritto, la libertà, mi sia venduto come gentile concessione. Valeria Mei Cagnoli
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Perfetto.
✍🏻 Candelara Oggi Io non ce l’ho con Virginia Libero. Davvero. Non mi interessa percularla. Il punto non è Virginia. Il punto è avere il coraggio delle proprie affermazioni. Sei pacifista? Legittimo. Sei antimilitarista? Legittimo. Pensi che non si debba combattere? Legittimo pure quello. Vuoi addirittura «organizzare i disertori»? Ecco, qui magari sentirei prima un penalista, perché tra Boris Vian e il codice penale militare potrebbe esserci qualche differenza. Ma facciamo finta che vada bene. Poi però precisi. Stai con l’Ucraina. Condanni Putin. La Russia è l’aggressore. E allora, Virginia, perdonami: sticazzi, sei confusa di brutto. Perché la realtà ha questo pessimo vizio: dopo gli slogan fa le domande. Se l’Ucraina ha diritto a difendersi, chi la difende? Se Putin va fermato, chi lo ferma? Se nessuno deve combattere, chi impedisce a quello che ha deciso di combattere di vincere? «Non manderei mai soldati italiani» è una posizione. «L’Ucraina dovrebbe smettere di combattere e accettare un compromesso territoriale» è una posizione. Persino dire: «A me dell’Ucraina non frega un caz*o.» è una posizione. Cinica, egoista, discutibile. Ma una posizione. Purché tu abbia il coraggio di metterci la faccia. Invece siamo al meraviglioso supermercato della politica contemporanea: voglio fermare Putin, ma non voglio dire come. Sto con l’Ucraina, ma senza le conseguenze dello stare con l’Ucraina. Sono contro le armi, però Kiev deve difendersi. Con cosa? Con le brutte intenzioni? E soprattutto: «organizzeremo i disertori». Poi, quarantott’ore dopo: Ah no, però non quelli ucraini. Ah. E quali? Perché se la diserzione è un principio morale, vale anche per loro. Se invece il soldato ucraino fa bene a restare al fronte perché difende il proprio Paese, hai appena ammesso che esistono guerre nelle quali ritieni legittimo combattere. Benissimo. Dillo. Non arriva la Polizia del Pacifismo a ritirarti il distintivo. È questo che trovo insopportabile nella politica degli slogan: non le posizioni radicali, ma le posizioni radicali col paracadute. La frase fortissima sul palco. L’applauso. Poi qualcuno fa la seconda domanda e comincia il festival del «non intendevo», «sono stata fraintesa», «naturalmente con un’eccezione». No. Le idee possono essere impopolari, ciniche, persino sbagliate. Ma se fai politica devi avere il coraggio di arrivare fino alla fine della frase. E metterci il faccino. Altrimenti resta il più grande partito italiano di tutti: «Sì, però non intendevo proprio così». Non si è mai presentato alle elezioni. Eppure ha sempre la maggioranza assoluta. Beati quelli di Houston, che hanno un solo problema.
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Ok, ma cosa ha detto *davvero*’ Virginia Libero, la segreteria dei giovani del PD? Ho scritto un post in cui analizzo frase per frase le sue affermazioni ma, prima di tutto, racconto il contesto in cui sono nate. E poi mi preoccupo per dove ci portano. medium.com/@suzukimaruti/mi-…
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Avete capito chi è Vannacci? Roberto Vannacci vuole modificare l’articolo 48 della Costituzione. Quello che dice che il voto è personale ed eguale. Vuole dare ai genitori più schede elettorali: tante quanti sono i figli, divise tra padre e madre e, quando il numero è dispari, assegnate a turno. Fermiamoci su questa cosa. In Italia il suffragio universale ed eguale è arrivato nel 1946, dopo vent’anni di fascismo e una guerra mondiale. Ottant’anni dopo un partito rappresentato in Parlamento scrive nel proprio programma che vuole modificare proprio l’articolo 48 per dare ad alcuni cittadini più voti di altri. È un programma per governare l’Italia. Forse sarebbe il momento di capire con chi abbiamo a che fare. Perché è possibile che Roberto Vannacci dica cose del genere e continui a essere trattato come folklore? È possibile mettere in discussione l’uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione, l’eguaglianza del voto dell’articolo 48, i diritti civili, la parità tra uomini e donne, la libertà delle persone e continuare a raccontare tutto come l’ennesima provocazione del generale? Adesso basta. Vuole cancellare le unioni civili. Vuole il matrimonio come unico istituto riconosciuto per la coppia perché soltanto la procreazione avrebbe «rilievo pubblico». Vuole riservare le adozioni alle famiglie composte da un padre e una madre. Vuole limitare l’accesso all’aborto e riconoscere giuridicamente il concepito. Vuole impedire che contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» arrivino in televisione quando potrebbero vederli i bambini, con una fascia protetta che arriverebbe fino alle undici di sera. Vuole portare l’educazione militare nelle scuole. Prima c’erano stati il «patriarcato mediterraneo» e la battaglia contro il riconoscimento specifico del femminicidio. Adesso nel programma c’è anche la preferenza esplicita per gli immigrati provenienti da Paesi a maggioranza cristiana, considerati più compatibili culturalmente con l’Italia. Mettete insieme i pezzi e smettono di essere sparate. Compare un’idea precisa di società. Lo Stato decide quale famiglia merita di essere riconosciuta, quali coppie possono avere determinati diritti, fino a dove arriva la libertà di una donna, quali identità devono essere tenute lontane dai bambini, quali stranieri sono più desiderabili degli altri. Arriva persino dentro la cabina elettorale e decide che un cittadino con figli può contare politicamente più di uno senza figli. Avete capito dove vuole andare? Vannacci vuole uno Stato che entri nelle famiglie, nelle relazioni affettive, nelle scelte delle donne, nelle identità personali, nelle televisioni, nelle scuole e nella cabina elettorale. Uno Stato che stabilisca il modello giusto e costruisca le proprie leggi intorno a quel modello. La chiama libertà. La libertà è poter vivere diversamente da Roberto Vannacci senza che Roberto Vannacci possa usare lo Stato per decidere come devi vivere tu. Poi c’è Dio. Vannacci prende la parte più tradizionalista e reazionaria del cattolicesimo, la trasforma in identità nazionale e la porta dentro lo Stato. Per ottenere la cittadinanza italiana vuole che uno straniero sottoscriva una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Per scegliere gli immigrati ai quali consentire l’ingresso propone di privilegiare quelli provenienti da Paesi a maggioranza cristiana. Per gli altri il suo programma arriva a parlare di «invasione maomettana di massa». A quel punto la fede diventa politica. La religione diventa un criterio per scegliere chi è più adatto a diventare italiano. Una determinata morale cristiana diventa il modello sul quale costruire famiglia, sessualità, riproduzione e diritti civili. Questa strada ha un nome antico. È la strada che porta uno Stato laico verso uno Stato confessionale e, spinta fino in fondo, verso un’idea teocratica del potere: una verità religiosa assunta dallo Stato come verità pubblica e trasformata in regola anche per chi quella religione non la professa. È proprio qui che torna in mente l’Afghanistan. Da anni guardiamo i talebani e vediamo una società nella quale una concezione religiosa diventa legge dello Stato. Vediamo qualcuno decidere in nome di Dio come deve vivere una donna, quale famiglia sia conforme alla morale, quali comportamenti siano leciti, cosa possa essere insegnato, mostrato, detto. Cambiano la religione, la storia, i metodi, la misura della repressione. Resta una domanda terribilmente semplice: quanto della propria fede ha diritto di imporre agli altri chi governa uno Stato? Se la risposta è «quanto ritiene giusto», abbiamo già abbandonato un pezzo dello Stato laico. Allora apriamoli davvero, questi Vangeli che vengono continuamente sventolati in nome della «civiltà cristiana». Dove insegna Gesù Cristo a selezionare gli stranieri in base alla loro religione? Dove assegna più dignità a una famiglia rispetto a un’altra? Dove stabilisce che un uomo debba avere più potere politico perché ha avuto più figli? Nei Vangeli trovo molto più facilmente lo straniero, il povero, l’ultimo, l’escluso. Il cristianesimo di Vannacci assomiglia invece sempre più a una frontiera: serve a stabilire chi sta dentro e chi resta fuori. Questa è la parte che dovrebbe inquietare anche un cattolico. Una fede può essere conservatrice senza diventare uno strumento dello Stato. Può avere una morale severissima senza trasformarla nella legge di tutti. Può considerare sacro il proprio modello di famiglia senza togliere allo Stato il dovere di riconoscere cittadini che vivono secondo modelli diversi. Vannacci vuole oltrepassare quel confine. Dov’è allora il Governo? Dov’è Giorgia Meloni? Dove sono quelli che parlano ogni giorno di Costituzione, libertà e Occidente? Giovanni Donzelli ha chiuso la porta a un’alleanza con Futuro Nazionale. Vannacci gli ha risposto che se Meloni è disposta a perdere le elezioni, lui è pronto a vincerle. Poi arrivano i numeri. Nella rilevazione Ipsos Doxa per il Corriere della Sera del 25 luglio, Futuro Nazionale è al 7,1%, in crescita di 1,1 punti in un mese. La Lega è al 5,1%, in calo di mezzo punto. Ma il numero che conta per Giorgia Meloni è un altro. Con Futuro Nazionale dentro, il centrodestra arriva al 47,9%. Senza Vannacci si ferma al 40,8%. Sette punti. Eccolo, il peso politico di Vannacci. Sette punti spiegano molto meglio di cento dichiarazioni quanto potrebbe costare alla destra rompere davvero con lui. Donzelli può chiudere tutte le porte che vuole davanti ai microfoni. Quei numeri restano lì. Ed è per questo che il silenzio sul merito delle sue proposte diventa politicamente enorme. Perché qui non stiamo parlando di una frase infelice del generale. Stiamo parlando dell’articolo 48 della Costituzione, dell’uguaglianza del voto, dei diritti civili, dell’aborto, delle unioni civili, della cittadinanza, della religione usata come criterio di appartenenza. Su questo Giorgia Meloni dovrebbe dire agli italiani una cosa molto semplice: questo progetto di società è compatibile oppure no con la destra che governa l’Italia? Dove sono i liberali della destra italiana? E dove sono i giornali capaci di raccontare questa storia per quello che è, invece di aspettare la prossima frase del generale buona per un titolo e un talk show? La magistratura qui c’entra fino a un certo punto. Le idee si combattono politicamente finché restano idee. La responsabilità è di chi le normalizza, di chi le minimizza, di chi le trasforma in spettacolo e di chi pensa di poterle usare per prendere qualche voto senza pagarne il prezzo. Vannacci ormai ha ben altro che un microfono. Futuro Nazionale ha otto deputati alla Camera: Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo, Domenico Furgiuele, Gianangelo Bof, Attilio Pierro e Davide Bergamini. Provengono da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Alla Camera siedono nella componente del gruppo Misto «Futuro Nazionale Vannacci - Free». Quel «Free» racconta una storia meravigliosa. Free era una lista che alle politiche del 2022 aveva raccolto 829 voti. Ottocentoventinove. Il suo simbolo ha consentito ai parlamentari di Futuro Nazionale di utilizzare la deroga prevista dal regolamento della Camera e costituire una componente politica pur senza raggiungere il numero normalmente necessario. Gli otto deputati erano stati eletti con altri partiti. Futuro Nazionale alle elezioni del 2022 neppure esisteva. Oggi siedono sotto un nome nuovo, agganciato al simbolo di una lista da 829 voti. E qui la storia diventa quasi oscena. Il partito che vuole cambiare l’articolo 48 per dare ad alcuni italiani più voti degli altri ha costruito la propria presenza organizzata alla Camera utilizzando il simbolo di una lista votata da 829 persone. Adesso vuole decidere quanto deve pesare il nostro voto. Dietro Vannacci c’è ormai una struttura politica. C’è un coordinatore nazionale, ci sono responsabili regionali e dipartimenti, c’è Lorenzo Gasperini come responsabile nazionale del programma. Il documento che stiamo leggendo è stato elaborato, organizzato e presentato come progetto politico per l’Italia dei prossimi dieci anni. Quindi basta con la macchietta. Le democrazie possono essere consumate molto prima di vedere i carri armati davanti al Parlamento. Basta abituarsi. Una cosa aberrante diventa una provocazione. La provocazione diventa una posizione politica. La posizione politica entra in un programma. Il programma prende voti. Poi arriva il giorno in cui qualcuno ha abbastanza voti per provarci davvero. Roberto Vannacci ha un partito. Ha otto deputati. Ha una struttura. I sondaggi gli attribuiscono milioni di potenziali elettori. E ha scritto il Paese che vuole. Ha scritto quali famiglie riconoscere, quali diritti restringere, quali stranieri preferire, quale morale portare dentro lo Stato. Ha scritto persino quale articolo della Costituzione vuole cambiare per modificare il peso del voto degli italiani. Il 48. Leggetelo. Poi almeno smettiamo di dire che non avevamo capito.
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Il comitato "NO NATO" ha elaborato un dossier allucinante, dal titolo "Mettere nel mirino i presidi bellici". In questo dossier vengono censite infrastrutture, aziende ed università importanti per la nostra Difesa. @pinapic @guerini_lorenzo @f_onori @EnricoBorghi1 2/➡️
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#LERCIOSTORY Prende l’autostrada contromano, al casello gli pagano il pedaggio - di @amichiel8 lercio.it/prende-lautostrada…
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in Italia la sinistra è così inesistente che l’opposizione la deve fare il governo spagnolo
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Vigevano alle leggi che c'erano un tempo e che adesso non ci sono più. #balotelli #ceuta
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#鮎川まどか 赤面と鼓動の瞬間
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Replying to @ultimoranet
Mettete al sicuro Sarah Connor, vi prego.
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Peraltro, basta fare un'analisi storica su come intendessero i greci la bellezza e qual è l'esatto significato di "bianche braccia". Nella cultura greca antica, la bellezza era associata alla bianchezza della pelle. Più questa era pallida, quasi eterea, e più la donna era considerata bella. Tant'è che le donne aristocratiche cercavano di non esporsi al sole per non abbronzarsi e diventare così "popolane". Peraltro, seppure sia vero che le donne greche erano mediterranee e dunque per lo più avessero i capelli scuri e gli occhi castani o neri, il popolo greco confinava con i popoli illirici, i traci e i macedoni, e dunque, attraverso "contaminazioni" etniche, non era così improbabile trovare donne e uomini dai capelli biondi e/o con gli occhi azzurri. Tant'è, per esempio, si dice che Alessandro Magno (macedone) avesse i capelli biondi (famosa è la storia del leone raccontata da Plutarco). Lo stesso Omero, poi, descrive Achille e altri eroi come uomini dai capelli biondi, e lo fa anche con i "barbari" del nord (cioè traci, macedoni e illirici). I traci poi potevano essere alti, robusti e con i capelli rossi o biondi. La dea tracia Bendis viene descritta con i capelli chiari. Ora qualcuno ha scritto questa benemerita idiozia: "l'Odissea non è mica un fatto storico, è un fantasy antico. Dunque, liberamente interpretabile." Una simile affermazione denota ignoranza perché non sa distinguere il fantasy dal mito. Il mito è un racconto radicato in una precisa cultura ed etnia. Tutto ciò che ruota intorno al racconto mitologico ha un substrato culturale, etnico e religioso preciso. Non è un fantasy, dove ci puoi mettere nani, elfi, astronavi e alieni e fare un'allegra insalata etnica senza che qualcuno ti dica alcunché, anche se nani ed elfi, invero, appartengono alla mitologia nordica e dunque anche qui si porrebbe lo stesso problema visto per l'Odissea. Il fenomeno che spinge a rileggere le opere letterarie storiche e mitologiche con gli occhi dell'ideologia woke è semplicemente una variante aggressiva e manipolativa del "presentismo storico", uno dei fenomeni più detestati perché usa i canoni "culturali" moderni (spesso ideologici) per leggere gli eventi e le culture del passato.
✍🏻 Roberto Riccardi Elena di Troia non era nera e mai potrà esserlo. Qualcuno lo dica a quel somaro del regista Christopher Nolan, la cui Odissea uscirà il 17 luglio nelle sale di tutto il mondo, con Lupita Nyong’o nei panni di Elena e di sua sorella Clitennestra. È l’ennesima invenzione farneticante del woke che ha impestato Hollywood e schiavizzato le case produttrici. Il woke è il moralismo dei mediocri travestito da giustizia sociale: una religione laica senza Dio, ma piena di peccati, eresie, scomuniche e tribunali. Non cerca uguaglianza: pretende obbedienza linguistica, culturale e simbolica. Il suo metodo è semplice: riscrivere la storia, colpevolizzare l’Occidente, cancellare il merito, degradare l’identità europea a materiale intercambiabile e chiamare tutto questo “inclusione”. Torniamo a Omero, visto che Nolan non lo ha mai letto e sui giornali la sinistra si affaticherà per inventare giustificazioni creative. Non vi spaventate nel leggere, sarò breve con il greco antico, poi seguiranno degli esempi su altri film che vi lasceranno a bocca aperta. Iliade, libro terzo, verso 121: “Iride venne come messaggera da Elena dalle bianche braccia.” Il termine è λευκωλένῳ, da λευκός, bianco, chiaro, e ὠλένη, braccio. Esiodo la chiama ξανθὴν Ἑλένην, Elena dai capelli dorati. Nella lirica, la sorella Clitennestra riceve l’epiteto κυανῶπις, dagli occhi scuri, nero-bluastri, secondo un codice estetico greco ben riconoscibile. Occhi scuri e capelli chiari: un tipo mediterraneo specifico, che non ha nulla a che fare con l’Africa subsahariana. Ma c’è un argomento che chiude il caso con la forza di un macigno. Nella tradizione troiana esiste Memnone, re degli Etiopi, figlio di Eos e Titono, che porta il suo esercito africano sotto le mura di Troia. L’universo epico greco conosce l’Africa. La sa distinguere. Se Omero avesse voluto fare di Elena una figura africana, aveva gli strumenti lessicali, geografici e mitologici per farlo. Non l’ha fatto. Questo non si discute, si constata. Elena è figlia di Zeus e di Leda, la moglie di Tindaro re di Sparta. Cresce nella casa spartana, sposa Menelao re di Sparta. È una figura del mito greco-spartano fino al midollo. Si può reinventarla, ma dal genere storico si passa al fantasy per ignoranti. Non è la prima volta che qualcuno cambia le carte in tavola. È un programma. Biancaneve, la principessa il cui nome significa “bianca come la neve”, è stata affidata da Disney a Rachel Zegler, di origini colombiane. La sceneggiatura ha riscritto l’origine del nome: non più la pelle candida dei Grimm, ma una tempesta di neve. Il principe è stato definito dall’attrice uno stalker. Il bacio che spezza l’incantesimo è stato presentato come atto non consensuale su una donna in coma. La soluzione: una canzone in cui Biancaneve chiede preventivamente di essere svegliata con un bacio, modulo di consenso in forma di duetto musicale. I sette nani, l’unico ruolo che Hollywood offriva ad attori affetti da nanismo, sono stati cancellati e sostituiti con creature in CGI. Per proteggerli, li hanno eliminati. Risultato: 336 milioni di budget, 205 di incasso, 170 milioni di perdita. Uno dei più grandi disastri al botteghino del 2025. Anna Bolena, regina d’Inghilterra, decapitata nel 1536, personaggio storico documentato in ogni ritratto dell’epoca, è stata interpretata dall’attrice nera Jodie Turner-Smith. Anche il fratello George è nero. La famiglia Tudor, interamente africana. La produzione l’ha chiamato “identity-conscious casting”, definibile con le parole del ragionier Fantozzi: “Una stronzata pazzesca.” Cleopatra, sovrana macedone-greca della dinastia tolemaica, è stata rappresentata come donna nera in un documentario Netflix. Non finzione: formato factual. La regista ha ammesso su Variety che il casting era “a political act.” Il governo egiziano ha risposto ufficialmente: Cleopatra aveva “tratti ellenistici, pelle chiara.” L’archeologo Zahi Hawass ha definito il documentario “completely fake.” Gradimento del pubblico su Rotten Tomatoes: due per cento. Di tutti i faraoni della storia egizia, Hollywood ha scelto l’unica greca di nascita per farne una donna nera. Bridgerton racconta un’aristocrazia multirazziale nella Londra della Reggenza, dove la schiavitù era ancora legale. The Gilded Age presenta un farmacista nero laureato con servitù nella New York del 1880, meno di vent’anni dopo la fine della schiavitù. La Sirenetta danese diventa nera. Gli Elfi di Tolkien diventano neri. Un rapper interpreta un bardo omerico perché, parole di Nolan, “la poesia orale è analoga al rap.” Nessun attore greco nel cast. Zero, fatta salva qualche possibile comparsa. E qui si apre la voragine del doppio standard. Scarlett Johansson fu costretta a rinunciare a un ruolo perché doveva interpretare un transgender senza esserlo. La stessa Johansson fu attaccata per Ghost in the Shell perché interpretava un personaggio giapponese. Dunque: un’attrice bianca non può interpretare un giapponese né un transgender. Ma un’attrice nera può interpretare una regina spartana, una Tudor e una sovrana macedone. La rappresentatività è sacra, ma solo in una direzione. Ogni cultura merita fedeltà, tranne quella europea. Quella si riscrive a piacimento e chi protesta è razzista. I greci lo hanno capito. Su Greek City Times hanno scritto a Nolan: “Non siamo scomparsi dopo l’età del mito. Siamo ancora qui.” Il deputato Papanikolaou ha chiesto chi abbia concesso i permessi di ripresa in Grecia senza controllare il casting. Ma il punto vero non è il casting. Il punto è cosa succede nella testa delle persone. Nel 2013 la deputata grillina Tatiana Basilio vide su Facebook una docufiction americana, “Mermaids: The Body Found”, falso documentario con un finto scienziato. Postò il video: “Prove schiaccianti, sei scienziati le hanno viste.” Una deputata della Repubblica che certifica l’esistenza delle sirene perché ha visto un filmato su internet. È lo stesso meccanismo. Milioni di spettatori vedono un “documentario” Netflix e credono che Cleopatra fosse nera, al punto che il governo egiziano deve intervenire per ristabilire la verità. Milioni di ragazzi vedranno Nolan e registreranno che Elena era nera. Nessuno di loro aprirà mai il terzo libro dell’Iliade. Nessuno cercherà un ritratto di Anna Bolena. Non si tratta di doppio standard. Si tratta di riscrittura sistematica della memoria collettiva occidentale, condotta attraverso l’unico strumento che oggi ha più autorità dei libri di testo: lo schermo. Chi controlla lo schermo controlla la storia. E chi controlla la storia controlla l’identità di un popolo. Omero, quasi tremila anni fa, affidò la trasmissione dell’identità greca a un bardo cieco che cantava versi. Oggi Hollywood affida l’identità europea a un regista che non sa leggere quei versi. La differenza è che il bardo cieco vedeva più lontano.
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Un uomo russo entra in una stazione di servizio, furioso. "200 rubli per la benzina? Ieri costava solo 100!" Il benzinaio replica: "100 rubli sono per la benzina, gli altri 100 vanno alla Grande Madre Russia, servono a realizzare il nostro mondo multipolare." "Ah beh, allora cambia tutto!" risponde l'uomo, che pervaso dall'orgoglio russo porge i 200 rubli. Ma il benzinaio, dopo qualche istante, gli restituisce 100 rubli. "Che succede?" domanda l'uomo, frastornato. "La benzina è finita" #barzellettasovietica
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10 intelligente deutsche Beleidigungen: 1.) „Ich habe weder die Zeit, noch die Buntstifte, um dir das zu erklären.“ 2.) „Ich finde es total gut, dass du gedanklich schön schlicht hältst.“ 3.) „Ich kann es nicht noch einfacher erklären, nur lauter.“ 4.) „Es war mir eine Lehre, dich kennengelernt zu haben.“ 5.) „Du schaust bei Glastüren auch immer durch das Schlüsselloch, oder?“ 6.) „Hochverachtungsvoll…“ 7.) „Es ist erfrischend zu sehen, dass deine Herangehensweise nicht durch Vorkenntnisse getrübt ist.“ 8.) „Ich habe es gar nicht so böse gesagt, wie ich es gemeint habe.“ 9.) „Du bist die personifizierte Manifestation kognitiver Dissonanz und ästhetischer Enttäuschung.“ 10.) „Hatten deine Eltern schon vor der Hochzeit den selben Namen?“ Bitte, gern geschehen. Ich helfe doch gern.
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Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, è da stamattina agli arresti domiciliari per truffa milionaria con il sistema "Scommessa Collettiva", presentato come un'opportunità di investimento sicura nel settore delle scommesse sportive. Avrebbe anche evaso il fisco per 400.000 euro
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