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Una sentenza storica per Mondello e per tutte le spiagge italiane. Il TAR di Palermo ha respinto il ricorso dell’Italo Belga, confermando la legittimità della decadenza delle concessioni. Una decisione che arriva dopo anni di gestione incontrastata e che mette nero su bianco la gravità delle irregolarità negli affidamenti a società esterne, anche alla luce dei legami con ambienti della criminalità organizzata emersi dagli accertamenti prefettizi. Ma questa sentenza va ben oltre Mondello: i giudici ribadiscono che le concessioni balneari non possono essere prorogate automaticamente fino al 2027 e che le amministrazioni devono avviare le gare senza perdere altro tempo. Le spiagge sono un bene pubblico, non una proprietà privata da tramandare per generazioni. Continueremo a batterci per più spiagge libere, gare trasparenti e un mare davvero accessibile a tutti.
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Era il giornale di Anna Politkovskaja. Era uno strumento di libertà. Era un presidio di dissidenza. Era uno spazio di denuncia. Il regime russo lo ha chiuso, e nel farlo ha mostrato ancora una volta la propria natura: debole, impaurito, terrorizzato da chi ha il coraggio di raccontare la verità. La chiusura di Novaya Gazeta non è una notizia come le altre: è la capitolazione definitiva di ciò che restava del giornalismo indipendente nella Russia di Putin. Per anni quelle firme ci hanno consegnato il ritratto di un paese che abbiamo capito troppo tardi. Un paese che imprigiona e tortura i dissidenti. Un paese che fa dell'invasione uno strumento legittimo di politica estera. Un paese che addestra i propri soldati alla violenza. Un paese che spedisce gli avversari nelle colonie penali e che, come spesso accade, ne uccide gli esuli ovunque nel mondo. Eppure nulla di tutto questo dovrebbe sorprenderci. Ce lo raccontò Anna Politkovskaja, quasi come un grido d'aiuto, con "La Russia di Putin" e con le inchieste pubblicate proprio su Novaya Gazeta. Sapevamo chi era Putin: lo sapevamo dalla Cecenia, dalla Georgia, dalla Crimea. Lo sapevamo, ma abbiamo preferito non ascoltare. Novaya Gazeta non faceva opposizione. Raccontava i fatti, i crimini e le nefandezze di un regime, e per questo ogni firma poteva equivalere a una condanna a morte. Il suo giornalismo non era una missione politica: era l’unica manifestazione plastica di Stato di Diritto in quel paese, l'ultimo luogo in cui il potere doveva ancora rendere conto di sé. E noi sappiamo bene che la verità, nella Russia di Putin, si paga a caro prezzo.
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Cinquant'anni fa Adelaide Aglietta divenne segretaria del Partito Radicale. Fu la prima donna italiana a ricoprire un incarico di direzione apicale in una forza politica nazionale. Non bussò a nessuna porta, non attese alcuna concessione da chi “indossava i pantaloni”. La sua caparbietà fu un legittimo lasciapassare. Come lei, Emma Bonino e Adele Faccio, e con loro le militanti del Movimento di Liberazione della Donna, da Teresa Di Lascia a Liliana Ignargiola, non furono protagoniste dell'area radicale in quanto donne. Lo furono perché capaci di condurre battaglie e di elaborare politiche in nome dei diritti delle donne e Paese intero. Non avevano bisogno di quote, perché la premessa di ogni cosa era una politica per i cittadini e per le cittadine, nell'interesse generale di una nazione che doveva progredire, dal divorzio all'aborto. Non contava chi, ma come e perché. La segreteria di Aglietta non fu una parentesi simbolica, né una vetrina di facciata. Fu un passaggio decisivo nella storia radicale e in quella della Repubblica. Erede della memoria politica di Piero Gobetti e di Norberto Bobbio, portò la cultura liberale là dove più urgeva, nella battaglia sull'aborto. E fu nel pieno della sua azione politica, da Segretaria, che il sorteggio la chiamò a far parte della giuria popolare nel processo alle Brigate Rosse. Se oggi il nostro paese è un luogo più libero e più democratico, lo dobbiamo in larga parte alle donne che nel Partito Radicale hanno scritto la storia dei diritti, delle libertà e dell’autodeterminazione individuale. Quella di Adelaide Aglietta è una memoria viva, attuale, inesauribile.
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Gerontocrazia: «governo oligarchico di anziani; la detenzione del potere da parte delle persone anziane». Così la Treccani. E così, purtroppo, funziona l'Italia: i conti dello Stato si decidono dove stanno i voti, e i voti stanno dove stanno i pensionati. La classe che vota di più, spende di più e orienta di più i sondaggi diventa il vero azionista di maggioranza del bilancio pubblico. Il risultato è un'anomalia che chiamiamo, con un eufemismo, generosità. La spesa pensionistica vale il 16% del PIL, contro una media europea del 12,3%. In Lituania, Ungheria e Irlanda non ci si avvicina nemmeno al 10%. Noi, intanto, continuiamo a bruciare risorse in cambio di consenso. I numeri sono questi: dal 2019 a oggi, oltre 40 miliardi per le pensioni anticipate. Negli ultimi trent'anni, oltre 120 miliardi. E ricordiamolo, una volta per tutte: i soldi non cadono dagli alberi e non escono dal cilindro del cappellaio matto: sono i soldi dei contribuenti, delle imprese, dei professionisti, dei lavoratori, chiamati a reggere un sistema ormai insostenibile che soffoca ogni altra voce di spesa. C'è chi punta il dito contro le spese in armamenti. Intanto, i governi tagliano su scuola, università, ricerca, sanità, asili nido, su qualsiasi servizio che prepari il futuro del Paese, per girare tutto ai pensionati e blindarsi la prossima poltrona. Basta leggere la nuova legge di bilancio: prepensionamento a 64 anni con 36 di contributi, 850 milioni di euro fino al 2027. Ancora una volta, a carico di chi paga. Teniamo a mente questa cifra la prossima volta che scenderemo in piazza. Perché, ancora una volta, hanno scelto di tagliare i fondi al futuro per investirli nel passato.
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Ho i brividi solo a scriverne. In Serbia, gli studenti hanno appena sconfitto il governo corrotto, autoritario e antieuropeo di Aleksandar Vučić, che, neanche a dirlo, era anche un grande alleato di Putin nel cuore dell’Europa. Non si sono limitati a protestare: si sono organizzati in un grande movimento politico che in poche settimane ha cambiato il corso del proprio Paese, restituendo al popolo serbo il coraggio di riversare nelle urne un’ondata di speranza capace di travolgere la vecchia retorica nazionalista, alimentata dall’odio e dalla paura. A votare sono andati quasi il 70% degli elettori. Vučić ha tentato di liquidare le richieste di riforma e di rispetto dello Stato di diritto dipingendo i giovani come riottosi e inconcludenti. Ma stasera, a Belgrado, il paternalismo ha ceduto il passo alla speranza di un’Europa più libera e democratica. Lo spazio va preso. In Serbia è accaduto.
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Se pensi che al peggio non c'è fine, è perché non hai ancora letto questa storia. Svetlana Savelyeva ha 39 anni, fa la traduttrice e viene da Irkutsk, in Siberia. Nel 2022 incontra l'uomo della sua vita: Oleksandr Chechotka, sergente dell'esercito ucraino. Volevano sposarsi e vivere insieme ciò che restava dei loro giorni. Poi la guerra. Scoppiata nel febbraio di quello stesso anno, con il suo linguaggio brutale e i suoi confini invalicabili, ha reso impossibile ogni comunicazione tra i due. Comincia così un vero viaggio della speranza: dopo aver tentato invano di raggiungere l'Ucraina passando per altri Paesi, nell'ottobre 2024 Svetlana decide di attraversare la regione russa di Kursk, dove alcune zone erano sotto il controllo dell’esercito di Kyiv. Il 6 ottobre scompare: l'FSB, i servizi segreti russi, l'hanno intercettata e arrestata. Secondo la madre, Lyudmila Afanasyeva, in carcere Svetlana ha subito violenti pestaggi e torture fisiche per estorcerle una confessione. Le conversazioni con il compagno e il denaro inviato per il suo sostentamento sono diventati, per la magistratura russa, “tentato tradimento dello Stato”. Ad aprile di quest'anno è arrivata la condanna: quindici anni di carcere. Colpevole di aver amato un “nemico”. Conosciamo questa storia grazie a un nome: Dmitrij Muratov, direttore di Novaya Gazeta, il giornale indipendente dove scriveva e pubblicava anche Anna Politkovskaja. Muratov ci consegna un dato che vale più di ogni altra retorica da talk: oggi in Russia ci sono più di settemila prigionieri politici detenuti illegalmente, molti senza processo. Nel 1986, in piena epoca sovietica, erano settecento. Dieci volte tanto. Questa è la Russia di Putin: un Paese che calpesta i diritti umani e che arriva a processare anche i sentimenti.
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Lacrime, abbracci, sorrisi. Gioia per chi quel diritto potrà finalmente esercitarlo. Dolore per chi avrebbe potuto, e invece è stato costretto a lasciare il Paese per morire tra le sofferenze di una malattia invalidante. Grazie alle iniziative guidate dall' Associazione Luca Coscioni, siamo a cinque Regioni: da oggi anche l'Umbria ha una legge per regolamentare il suicidio medicalmente assistito, la pratica con cui, alle condizioni fissate dalla Corte costituzionale nella sentenza del 2019, una persona si autosomministra un farmaco per morire. Condizioni che attendono, ancora, l'intervento di un legislatore sordo. Tuttavia, non possiamo che esserne lieti. È un passo avanti nella civiltà del diritto, ma una conquista parziale non può, di fatti, essere libertà piena, ma un privilegio di residenza. Da sette anni il suicidio assistito è, per effetto della Consulta, un diritto riconosciuto dal nostro ordinamento. Riconosciuto da tutti, tranne che dal Parlamento. Un vuoto giuridico ingiustificabile che pesa sulla carne viva dei malati. Quello umbro è un voto particolarmente importante. È la terra di Laura Santi, la giornalista che poco più di un anno fa ha scelto di congedarsi attraverso questa pratica, dopo un iter giudiziario massacrante che per tre anni le ha negato l'esercizio di un diritto già suo. Tre anni di dolore, trascorsi lottando con lo Stato per poter essere libera. Oggi è un bel giorno per i diritti, ma non smetteremo di ripetere il nostro invito alla politica: abbiate coraggio e approvate una vera legge sul fine vita.
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Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi, trentunenne, cresciuto nella periferia romana, viene arrestato per possesso di sostanze stupefacenti. Una settimana dopo è un cadavere: il corpo martoriato, coperto di ematomi, spirato mentre era sotto la custodia dello Stato. Su questa vicenda si è detto molto e, quando sarebbe stato doveroso parlare, troppo poco. Il silenzio delle istituzioni e della politica fu complice della morte di un cittadino fragile, con problemi di tossicodipendenza, affidato proprio a chi avrebbe dovuto proteggerlo. Ma questa storia ci insegna anche altro: non vi fu una mela marcia, un singolo violento. A essere marcio era il sistema. Medici legali, avvocati, magistrati, giornalisti, politici, e infine gli esecutori materiali, i carabinieri condannati per aver picchiato fino alla morte un ragazzo che lo Stato avrebbe dovuto tutelare. Non si trattò di “sbirri”, né di singoli violenti che condannarono a morte una persona con gravi fragilità. Si trattò di un apparato che ha coperto, silenziato, occultato un omicidio compiuto da uomini con la divisa, che rappresentavano lo Stato. È, inoltre, la prova provata di ciò che era, ed è, il nostro sistema di privazione della libertà personale: una macchina che produce morte, una fucina di sofferenza e angoscia. Stefano è morto di proibizionismo, non di droga, come qualche ministro ha ripetuto, senza vergogna alcuna, ai microfoni dei cronisti. La sua memoria, per quanto tragica, è preziosa perché ci consegna una verità amara: quando lo Stato indossa il cappio del boia, non ha nome né cognome, ma solide fondamenta istituzionali, amorali, per uccidere chi dovrebbe proteggere. Stefano, e con lui gli anonimi, gli sconosciuti, gli ultimi morti tra le mani dello Stato, vivono ancora.
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«Ora lo Stato deve dare una risposta chiara», dichiara Giorgia Meloni dopo gli scontri di Milano. Presidente, una domanda: dopo quasi cinque anni di governo, sei decreti sicurezza, nuovi reati e pene sempre più severe, gli italiani sono davvero più sicuri? La risposta del Governo è sempre la stessa: nuove strette, più carcere, più repressione. Mai una riflessione sul fallimento delle politiche adottate. Ora nel mirino finiscono anche i minori: pene fino a cinque anni, responsabilità economiche per i genitori e una presunzione di imputabilità che rischia di ignorare le condizioni individuali dei ragazzi. Un minore che sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, ma deve soprattutto avere la possibilità di essere recuperato. Servono prevenzione, educazione e reinserimento, non scorciatoie punitive. E poi 500 militari aggiuntivi, con poteri ampliati nella gestione delle manifestazioni. Una scelta che solleva interrogativi gravissimi sul confine tra sicurezza e libertà democratica. La violenza va condannata, la rabbia va lenita, ma non il diritto di manifestare non può diventare un problema di ordine pubblico da reprimere. Continuare a inventare reati per ogni emergenza non significa governare, ma nascondere dietro la propaganda l’incapacità di affrontarne i problemi.
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La battaglia contro la tassa etica continua, oltre alla pressione parlamentare, anche nelle sedi giudiziarie. Non ci fermeremo!
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“No, gentile taxista, sono impossibilitata a supportarti anche nell’evadere il fisco, direi che subire la tua casta di licenze a numero chiuso è il massimo che posso fare per te 🥰” Valentina Callegaro ci riporta un obbrobrio che ancora oggi si può trovare su un taxi di Bergamo.
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Il sistema pensionistico italiano oggi è insostenibile. Serve agire, per il nostro futuro.
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Chi vive l'Iran, o lo ha vissuto, sa cosa significa la parola “repressione”. Lo sanno soprattutto i ragazzi che lo scorso inverno sono scesi in strada a Teheran e nei principali centri del Paese per protestare contro un regime criminale che li schiaccia sotto il peso della dittatura. Ma nessuno, forse nemmeno gli iraniani stessi, avrebbe immaginato che gli ayatollah potessero spingersi a tanto: una violenza e un'intimidazione tali da rendere normale la pena capitale per un post sui social. Dall'inizio delle proteste, le ONG denunciano migliaia di morti e oltre 50mila arresti. Tra questi c'è Najmeh Amini, 23 anni, studentessa di contabilità, rinchiusa nel carcere di Vakilabad per aver preso parte alle manifestazioni. Dodici anni di reclusione però, per il magistrato, non bastavano: Najmeh è stata condannata a morte per "toni blasfemi" contro Maometto in un post. L'art. 262 del codice penale iraniano, infatti, prevede la pena capitale per chi insulta o dileggia il Profeta. Ma non ci facciamo illusioni sul vero capo d'accusa. Najmeh, che porta lo stesso cognome di Mahsa Amini (la 22enne morta nel 2022 dopo l'arresto da parte della polizia morale, scintilla delle proteste di "Donna, vita e libertà"), non rischia la forca per una presunta blasfemia, ma per la sua sete incolmabile di libertà. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: dalle proteste di gennaio, la pena capitale è sempre più usata come arma di repressione del dissenso e di intimidazione collettiva. Per questo chiediamo agli organismi competenti, dalle istituzioni nazionali a quelle internazionali, di agire subito per salvare Najmeh e tutti i cittadini perseguitati dal regime. Non restiamo in silenzio. Libertà per il popolo iraniano.
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Per Giuseppe Conte fermare le bombe ucraine è come fermare quelle russe. Peccato che le bombe ucraine oggi servano a colpire raffinerie e postazioni militari, quelle russe a colpire scuole. Se togliamo le armi all’Ucraina finisce l’Ucraina, se togliamo le armi alla Russia finisce la guerra. È facile.
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Le poste. Mentre USA e Cina investono centinaia di miliardi in IA e nuove tecnologie noi siamo ancora all’incubo delle Poste, pratiche estenuanti e una digitalizzazione vera di tante procedure ancora lontana.
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La legge 40 continua ad erigere un muro tra l'Italia e il progresso scientifico, comprimendo le libertà individuali e il diritto all'autodeterminazione. È tempo di abbattere quel muro, superare l'oscurantismo normativo e restituire al nostro Paese il coraggio di scegliere la libertà, la scienza e il futuro.
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Inutile osservare il tutto con stupore. Il tradimento americano è servito, apparecchiato sul tavolo delle trattative da cui Kyiv viene, ancora una volta, esclusa. Un copione fatto di umiliazioni, viltà e concessioni indebite a Mosca. La sequenza la conosciamo bene: va in scena da quando alla Casa Bianca siede Trump. Dopo aver annunciato l'accordo per l'acquisto di nuovo diesel made in Russia, il Presidente americano, probabilmente in preda del suo ego, ha proclamato via Truth un "cessate il fuoco energetico" tra Russia e Ucraina, con "effetto immediato". In teoria, Kyiv dovrebbe smettere di colpire le raffinerie russe e Mosca dovrebbe smettere di colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Ma la pratica è ben diversa dai sogni di gloria del Tycoon, che in campagna elettorale giurava ogni giorno di chiudere la guerra in 24h. Passano infatti poche ore dall'annuncio social e la Russia bombarda la centrale termoelettrica di Kharkiv, la linea elettrica ad alta tensione di Kyiv, l'impianto energetico di Žytomyr. Non proprio un buon inizio. Per di più, le rispettive cancellerie fanno sapere di non essere al corrente di alcun accordo: servirebbero clausole e garanzie messe nere su bianco, per qualunque tregua, anche momentanea. In soldoni: Trump, in un ennesimo attacco di mitomania, la tregua se l'è scritta da solo e l'ha pubblicata su Truth. Farebbe ridere, se non fosse tremendamente tragico. Quella americana non è un'inversione di rotta della politica estera, fondata su idee di libertà e giustizia. È il tradimento di quell'idea: l'abbandono di un Paese aggredito, svenduto in nome degli interessi personali di un gruppo di oligarchi. Per questo la giustizia per Kyiv non può e non deve passare da questi soggetti. Potrà realizzarsi solo se il diritto prevarrà sulla legge del più forte: Putin alla Corte penale internazionale.
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La nostra generazione deve fare gli Stati Uniti d’Europa. Deve avere il coraggio di completare il progetto che tante generazioni prima di noi hanno avviato.
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TRIONFA L’AMBIENTALISMO RAZIONALE IN UK: ANCHE I VERDI INGLESI CAMBIANO IDEA E APRONO SUL NUCLEARE GRAZIE AI GIOVANI IN ITALIA LA SINISTRA LO COMBATTE, LÌ ANCHE LABURISTI E SINDACATI SONO A FAVORE   Come per molti partiti simili, l’opposizione al nucleare era nel DNA dei Verdi inglesi. I “Greens” nascono negli anni ‘70 ai tempi del movimento ecologista. Hanno sempre lottato contro il mantenimento e l’espansione del nucleare in UK.   Solo nel 2024 i Verdi inglesi ancora lottavano per bloccare i cantieri   Grazie all’impegno dei giovani del Partito, oggi i Verdi cambiano identità. È una vittoria per tutti: per l’ambiente, per la Gran Bretagna e per le nuove generazioni. Il cambio di rotta dei “Greens” è l’ennesima prova di quanto un approccio scientifico e razionale al problema climatico sia ormai una necessità strutturale per le politiche europee. Per fare la transizione ci vogliono i numeri, e ad averlo capito non sono solo gli inglesi. Già da tempo sono favorevoli al mix energetico nucleare+rinnovabili anche i Verdi finlandesi e svedesi. Oltreoceano i Verdi Canadesi spingono per il prolungamento operativo delle grandi centrali.   QUANDO LA POLITICA HA CORAGGIO.   Tra l’altro, tra i mega-reattori di Hinkley Point e Sizewell C, il Regno Unito oggi vanta un record speciale: sta costruendo più nucleare di tutto il resto del mondo occidentale messo insieme. È praticamente assegnato anche il progetto di Wylfa: 3 reattori modulari Rolls-Royce da 470 MW ciascuno. Gli ambiziosi piani inglesi sul nucleare risalgono all’epoca delle amministrazioni Johnson e Sunak (conservatori), ma i leader Laburisti li hanno poi ripresi e sposati. Lo UK punta ad avere l’equivalente di 24 nuovi grandi reattori entro il 2050.   PIANI COSì AMBIZIOSI IN EUROPA NON SI VEDONO DA 50 ANNI   Per i sindacati britannici, il nucleare significa migliaia di posti di lavoro altamente specializzati e ben retribuiti. L'attuale sostegno del Partito Laburista all'espansione nucleare è in gran parte dettato dalla pressione dei sindacati, che spingono su SMR e megaprogetti. Questo sostegno bipartisan al nucleare in UK sta portando anche alla riforma delle regolamentazioni del settore, fondamentale per tagliare tempi e costi di costruzione. In Italia, la CGIL si oppone con forza al ritorno del nucleare. Questa posizione è triste: assegna un colore politico ad una fonte di energia e dimostra quanto il nostro sia ormai un Paese deindustrializzato. I veri progressisti dicono di SÌ al mix nucleare e rinnovabili. Serve il coraggio di fare!
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Attaccare la Corte Penale Internazionale significa tentare di distruggere uno degli ultimi strumenti di giustizia internazionale. Ora l’UE deve scegliere: impedire che le sanzioni americane paralizzino l’attività della CPI in Europa oppure assistere al progressivo smantellamento della giustizia internazionale.
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