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Personcine serie. La Camera penale di Milano voleva il SI. Si preoccupava che Gip e pubblica accusa fossero in combutta. Il più grande avvocato italiano, Coppi, disse che nella sua lunghissima carriera non aveva mai visto questo. E aveva ragione.
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Leggere queste intercettazioni fa venire il voltastomaco. Manager che si vantano ridendo di aver "fomentato guerre in Africa" per non perdere commesse di armi, che trattano gli operai come carne da macello da torchiare nei momenti di crisi e che falsificano i dati sulle emissioni solo per intascarsi milioni di sconti e quote Co2. A Taranto le famiglie piangono i morti e respirano veleno da decenni, mentre questi signori nei loro uffici brindavano e tramavano con i ministeri e con Bruxelles per farsi approvare le carte truccate. Questa non è semplice avidità: è schifezza umana pura, disprezzo totale per la salute, per chi lavora e per un'intera comunità. Solo vergogna.
ilfattoquotidiano.it/in-edic…
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Scarcerato Siher
Beh allora le domande che ponevo da giorni erano fondate? Ora giornaloni e giornalacci che hanno costruito il nemico interno agitando (direttamente e/o in maniera subdola) il razzismo e l’islamofobia si scuseranno? Mi aiutate a immaginare cosa leggeremo domani?
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Replying to @GiorgiaMeloni
Da cittadino, ascoltare la Presidente del Consiglio pronunciare queste parole lascia un senso di profondo sconforto.
Un Giudice per le Indagini Preliminari non è un impiegato dell'esecutivo chiamato a ratificare l'umore della piazza: è il baluardo terzo che la Costituzione pone a presidio della libertà personale ex art. 13. Se gli elementi d'accusa non integrano i gravi indizi (art. 273 c.p.p.) o difettano i presupposti tassativi dell'arresto, il magistrato ha l'obbligo giuridico e morale di non convalidare. In uno Stato di diritto le decisioni contrarie alla Procura si impugnano nelle aule di giustizia con i ricorsi previsti dal codice, non si danno in pasto all'indignazione dei social network.
Ma lei si mette nei panni di quel GIP in questo momento, esposto a orde di persone pronte a offenderne la dignità e la sicurezza personale solo per aver fatto il proprio dovere? Vedere la più alta carica di governo aizzare la piazza contro un magistrato che ha applicato la legge, anziché difendere l’autonomia delle istituzioni della Repubblica, segna il punto più basso della nostra storia costituzionale.
Si fermi: questo non è difendere la legalità, è demolire le fondamenta dello Stato.
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Questo vandalismo non fa notizia.
Ieri tre ‘uomini’ incappucciati hanno fatto irruzione nella galleria d’arte Rosso20sette a #Roma, dove era in corso la mostra “The Collapse of Democracy” di #Laika.
Dopo aver immobilizzato e minacciato di m0rt3 il proprietario della galleria, al quale va tutta la mia solidarietà, hanno vandalizzato tutte le 23 opere esposte distruggendo in pochi istanti il frutto un immenso lavoro creativo, artistico e politico.
Non sappiamo ancora chi siano gli autori di questa vile imboscata, ma il carattere politico e intimidatorio del gesto appare evidente: siamo di fronte a un disgustoso episodio di squadrismo.
Laika è un* compagn* e un’artist* antifascist*, sempre schierat* dalla parte giusta della Storia.
Mi è stata vicin* quando ero incarcerata in Ungheria, così come ora è vicin* a Maja T.
Le sue opere hanno una straordinaria potenza politica, perché denunciano le ingiustizie, sfidano il potere e scuotono le coscienze.
Per questo danno fastidio ai codardi.
Mando un abbraccio pieno di affetto e sorellanza a Laika.
Non mollare mai. So che non lo farai.
Non sei sol*. Siamo in migliaia e migliaia al tuo fianco, ci difendiamo e lottiamo insieme.
🫂❤️
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In conferenza stampa Meloni accusa un giornalista di difendere Siher, solo perché le ha fatto notare che la pagina web fosse stata creata da Siher dopo i disordini del 16 e 17 ottobre, e non prima, come lei sostiene nel suo video.
Dopo l'attacco ai giudici, quello al giornalista, colpevole di aver rilevato un suo errore. Brutta cosa.
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Quindi se ho capito bene la premier e tutti i suoi amici di partito ritengono che un cittadino debba essere trattenuto in carcere anche in assenza di presupposti per tenercelo. Molto interessante. A questo punto i giudici decideranno in base al livello di indignazione di Giorgia Meloni, niente stato di diritto e garanzie costituzionali. Del resto, perché perdere tempo ad applicare il codice penale quando basta chiedere a Giorgia se è politicamente opportuno lasciare un cittadino in galera o tirarlo fuori? Ricordiamoci tutto quando questi torneranno a parlare di garantismo per difendere qualche ceffo dei loro.
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✍️ Appunti di viaggio
Una volta non esisteva la figura del supercoach nel tennis. C'era solo il coach.
A volte neppure quello.
Chi è il supercoach? È l'ex campione, diventato poi tecnico esperto. Capace di affiancare l'allenatore più di campo e condividere i vari aspetti con lo spessore della figura di maggior spicco della squadra.
Ci sarà tempo per parlare di Magnus Norman. Sappiamo tutto dello svedese. Quello che ha fatto da giocatore e da coach. Arriverà il tempo per parlare di lui. Ma nel conto alla rovescia verso l'addio di Cahill a dicembre, dobbiamo esprimere il massimo rispetto e ammirazione per il lavoro strepitoso dell'australiano nel ruolo di supercoach nei quattro anni accanto a Jannik. Così come non dobbiamo mai dimenticare l'immenso lavoro di Riccardo Piatti nel portare quel 13enne nei primi 10 del mondo.
Jannik scelse personalmente Darren nel 2022. Voleva lavorare con chi aveva avuto a che fare con i n.1.
Cahill aveva già portato Lleyton Hewitt al record, allora, di n.1 più giovane della storia e aveva già permesso ad Agassi di diventare il più anziano n.1 della storia.
Se non bastasse, fece salire al n.1 nel femminile anche la Halep.
Con Jannik ha avuto un rapporto splendido. Una sorta di secondo padre. Quattro anni affiancando Simone Vagnozzi.
In questi 4 anni ho avuto il privilegio di seguire dal campo, da pochi metri, centinaia di allenamenti di Jannik, circondato da Cahill e dalla sua squadra. Ogni volta chiedevo il permesso di poterlo fare, avendo una telecamera. Ogni volta la risposta rassicurante-e non scontata-era: "nessun problema per noi". Si chiama sicurezza. Si chiama classe.
In campo è una sinfonia.
Un laboratorio tecnico di idee a cielo aperto.
Ognuno il suo ruolo.
Zero ego.
C'è il "noi", non "l'io".
Ogni giorno qualcosa da migliorare insieme. Cahill studiava anche il momento degli avversari, le loro criticità, condivideva la tattica con Jannik, gestiva gli aspetti mentali, maneggiava con cura tensioni e ansie, ovvero i primi avversari di qualsiasi tennista al mondo.
Servizio e gioco di volo il tratto distintivo del lavoro preziosissimo del supercoach, sempre condiviso con Vagnozzi.
Entrava nella testa Darren. Con autorevolezza. Sapeva farlo. Sempre con la giusta sensibilità. Il garbo di chi sa entrare bussando nella vita di un n.1.
Si sono trovati lui e Jannik, spinti dagli stessi valori. Educazione e rispetto.
Il segreto non era un segreto.
Era visibile. Davanti ai miei occhi. La squadra è stata il segreto per conquistare il mondo. Un dream team in piena sintonia.
"What's up mate?" mi chiedeva Darren tutte le volte che ci incrociavamo.
Gli aussie sono persone speciali. Hanno una scorza per ripararsi. Ma se ci entri ti danno l'anima. Darren ha dato a Jannik lo scudo per andare a lottare in mezzo a tantissime frecce velenose.
È sempre stato vicino a lui nei due mesi di sospensione. Vicino a lui in questi mesi di sosta forzata per l'infortunio. Vicino a lui nei quattro anni in cui Jannik è salito per la prima volta al n.1 e ci è rimasto per almeno 95 settimane. Vicino a lui nei 5 Slam e negli 8 Masters 1000 conquistati. Ci sarà tempo per parlare di Norman. Ma mai, mai, smetteremo di essere grati a questo signore vero, di 61 anni, nato ad Adelaide, arrivato dall'altra parte del mondo per aiutare quel ragazzino di 13 anni a salire sul tetto del mondo.
Well done mate ❤️ @darren_cahill
✍️ Angelo
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AH, NON ERA UN MOSTRO?
Di Paolo Di Mizio
"Ho letto gli atti contro il Dott. Youssef Sahid. Sono imputazioni tecnicamente surreali, che lasciano sgomenti. Ancora più surreale la 'motivazione' dell'aggravante del terrorismo. Veramente, se non l'avessi letto non ci avrei creduto".
Lo scrive il dott. Felice Lima, per oltre 30 anni magistrato in Sicilia, andato in pensione anticipata nel 2025.
Qui sotto riproduco integralmente il suo articolo. Quelli che hanno sbattuto il "mostro in prima pagina", e soprattutto quelli che ci hanno creduto, lo leggano e si rendano conto di quanto sono stati sciocchi.
Di Felice Lima
Ex Sostituto Procuratore Generale
presso la Corte d'Appello di Messina
IL TESTO DELLE ACCUSE NEI CONFRONTI DEL DOTT. SIHER
Finalmente ho trovato e letto il decreto di fermo del dott. Youssef Siher. In attesa di avere il tempo di scriverne una analisi tecnica dettagliata, ne faccio un commento sintetico.
Purtroppo l'art. 114 comma 2 del codice di procedura penale vieta la pubblicazione "degli atti [processuali] non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari", sicché non posso riportare testualmente le incolpazioni.
Da cittadino, sento il dovere di dire, però, che chiunque legga quell'atto avendo una laurea in legge e un minimo di esperienza di processi penali non potrà non cogliere come si tratti di imputazioni tecnicamente surreali, che lasciano veramente sgomenti.
Ancora più surreale la "motivazione" (????) dell'aggravante del terrorismo. Veramente se non l'avessi letto non ci avrei creduto.
Si resta ancora più sgomenti se si considera che quest'atto è stato firmato anche dal Procuratore della Repubblica di Milano e che, con una motivazione assurda per non dire inesistente, si è ritenuto un pericolo di fuga che serviva per legittimare il fermo che, per così dire, "mette il carro davanti ai buoi".
Nella logica per così dire "ordinaria", infatti, il Procuratore della Repubblica avrebbe dovuto chiedere una misura cautelare al GIP, che avrebbe deciso se concederla o no.
Adesso il GIP viene, invece, chiamato a convalidare o no un fermo e, se non lo convaliderà, sarà crocifisso da una montagna di infamie come complice di un terrorista.
Per i "non addetti ai lavori", invece, basti considerare che, nel capo "a" di incolpazione, lo slogan “lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame” è l'UNICO FATTO addebitato a fondamento di quella incolpazione e viene considerato prova di "istigazione a commettere delitti contro l'ordine pubblico".
Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere a immaginare il Procuratore di Milano che ferma un Ministro che ha detto in pubblico "Noi dichiariamo guerra all'evasione fiscale" (tranquilli che tanto nessun Ministro intende dichiarare guerra all'evasione fiscale) accusandolo di "istigazione a commettere delitti contro l'ordine pubblico"!
Come ho già scritto c'è la pagina Instagram oggetto delle accuse, da dove è tratto il brano sullo "stato che ci piscia addosso" e ognuno potrà constatare quanto sia assolutamente legale e sostanzialmente innocua.
P.S. - Mi chiedo se ora questo mio post possa essere utilizzato per arrestarmi per complicità nel terrorismo
P.P.S. - Le mie considerazioni su questa questione prescindono da qualsiasi opinione si possa avere sul dott. Siher e sulle sue convinzioni politiche. Il problema non è se condividiamo o no i pensieri e le azioni del dott. Siher, ma quanto siamo lontani da una minima parvenza di democrazia.
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L’ultima volta che ho visto Stan dal vivo è stato sul campo 14 del Roland Garros. Per chi non lo conoscesse è il campo della bolgia, una specie di tribunale del popolo. La versione francese dei teatri elisabettiani, col pubblico del Globe Theatre che urlava, rideva, si emozionava e litigava. Per sempre grati di essere lì ad ascoltare una storia, pure mentre si tiravano le ciavatte.
Come ho scritto molte volte, sono abbastanza immune al fascino del rovescio a una mano. L’oppio del tennis, lo chiamo io, per l’incredibile capacità di offuscare il giudizio alla stregua di una fede.
Ma il suo no.
Il suo l’ho amato sopra ogni cosa per un motivo preciso.
Non c'era niente di lezioso, niente di ornamentale. Non era una pennellata e non si è mai specchiato nel gesto come narciso nello stagno. Il suo rovescio non chiedeva ammirazione, ma di toglierti di mezzo.
Lo caricava con tutto il corpo e poi esplodeva una quantità di energia brutale, quasi primitiva. Sembrava una cosa decisa dalla natura capace di resistere al progresso. Ma non era un gesto grezzo. Tecnicamente era raffinatissimo, trovava angoli irreali con precisione millimetrica.
Il suo rovescio conteneva ciò che rende una storia una bella storia: univa l’alto col basso. Era Shakespeare tra le ciavatte del Globe Theatre.
Sul braccio si è tatuato le parole di un altro drammaturgo, Samuel Beckett.
“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.”
Stan, lo hai fatto.
E noi saremo per sempre grati di esserci stati.
#wawrinka #tennis
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Con il voto di oggi alla Camera, la politica di governo tocca uno dei punti più bassi degli ultimi cinque anni: una norma che apre una corsia di 60 giorni per riammettere negli albi i sanitari radiati durante la #pandemia, scavalcando gli Ordini professionali.
Il tutto per accarezzare il ventre molle dell’elettorato a cui evidentemente tiene di più.
Dei moderati, di chi ogni giorno lavora per la salute di tutti e di chi ha rispettato le regole anche quando costava fatica, questa politica sembra non curarsi affatto.
La deontologia diventa negoziabile, le sanzioni aggirabili e la coerenza sacrificabile sull’altare del consenso.
Altro che difesa dei valori: quando la convenienza elettorale viene prima della responsabilità, a perdere sono la credibilità delle istituzioni e il rispetto per chi ha fatto il proprio dovere.
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Ieri sera tasera, a #Ottoemezzo, Lilli #Gruber ha chiesto a @MichelaPonzani se avesse intenzione di scusarsi con il Presidente del Senato @Ignazio_LaRussa che aveva promesso di ritirare la querela in cambio delle scuse della “signora Ponzani” (l’ha chiamata propro così: signora Ponzani).
E lei non solo non si è scusata con La Russa, ma ha risposto con ardore e passione come storica e come Donna perché il "potere" sinricordi che siamo in un Paese democratico e non autoritario:
“La professoressa #Ponzani non ha nessuna intenzione di scusarsi con il signor Presidente del Senato. E ho già sentito il mio avvocato Fabio Anselmo per tutelare le mie ragioni, la mia onorabilità e la mia professionalità.
Anzi, vorrei ricordare al Presidente del Senato della Repubblica italiana che i titoli accademici non si ereditano come titoli nobiliari: costano tanta fatica, e per le donne è ancora più faticoso raggiungere certe vette. Quindi io pretendo che mi si riconosca almeno il titolo di professoressa universitaria!
Ignazio #LaRussa era coinvolto in quella manifestazione del 1973 in quanto era a capo di un corteo che era stato vietato dal prefetto per motivi di ordine pubblico.
Se l’onorevole La Russa vuole querelare me semplicemente per aver ricordato un fatto storico, deve querelare anche tutti gli autori di libri che parlano di questo fatto, deve querelar l’archivio centrale che conserva ancora la documentazione della questura di Milano, deve querelare i giornali dell’epoca che riportano fedeli le cronache di quel che accadde.
I fascisti del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, di cui La Russa era segretario, devastarono Milano con incidenti gravissimi. Quella manifestazione non era autorizzata, e venne ucciso un agente di polizia di 22 anni.
Io non ho detto che fu La Russa ad avere la responsabilità nell’omicidio: ho detto che era presente a quella manifestazione.
Se si vuol negare la Storia, spiace dirlo per chi pensa di essere tornato ai tempi delle monarchie assolute, ma gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, devono casomai smontare le narrazioni di comodo.
Questo è il nostro mestiere e io continuerò a farlo con tutti i mezzi a mia disposizione”.
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Pazzesco ciò che è successo a Ferrara. La prefettura ha impedito ai BAMBINI di leggere le loro letterine dedicate a Federico Aldovrandi ucciso dalla polizia a forza di manganellate. Sul corpo furono riscontrate 54 lesioni. Ormai siamo il Cile. Non arrendiamoci.
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Quattordici campanelli
Il fascismo è un modo di pensare il potere, prima ancora di essere il partito di Mussolini. Un capo che decide per tutti. Un nemico da indicare ogni mattina. La paura usata come colla. Questa roba può mettersi giacca e cravatta, sorridere in televisione, chiedere voti e ottenerli.
Nel 2003 Laurence Britt mise a confronto sette regimi del Novecento, da Mussolini a Pinochet, e trovò quattordici tratti che tornavano in tutti. Quella lista gira da più di vent'anni. La ripropongo qui con un commento per ogni voce. Le crocette le mettete voi.
1. Un nazionalismo forte e costante
Bandiere dappertutto, la patria in ogni discorso, il sospetto verso tutto quello che arriva da fuori. Il regime arrivò a dare la caccia alle parole straniere. Chiedetevi quante volte sentite dire «nazione» e quante «cittadini». Per chi ci governa, chi viene da fuori è una persona o un problema?
2. Mancanza di rispetto per i diritti umani
Il meccanismo è sempre lo stesso. Prima si convince la gente che certi diritti sono un lusso: per i delinquenti, per gli stranieri, per chi protesta. Poi quel lusso diventa un ostacolo. Il fascismo aveva il confino, il tribunale speciale, le carceri piene di oppositori. Oggi si comincia da chi nessuno difende. Pensate a come si parla di chi muore in mare o di chi sta in cella. I loro diritti valgono quanto i vostri?
3. La ricerca di nemici per tenere unito il popolo
Un Paese stanco, con i salari fermi e i servizi che arrancano, si tiene insieme con un nemico comune. Per il regime furono prima i socialisti, poi gli ebrei con le leggi razziali del 1938. Il nemico serve a spostare lo sguardo: se le cose vanno male la colpa è sempre di qualcun altro. Possono essere gli stranieri, una minoranza, gli avversari politici, perfino un giudice o un giornalista. Quanti nemici avete sentito nominare nell'ultimo mese? Quanti di loro avevano il potere di rovinarvi la vita?
4. Esaltazione e dominio dei militari
Credere, obbedire, combattere. Il sabato il regime metteva la divisa anche ai bambini. Il soldato diventa il modello del buon cittadino: disciplinato, zitto, pronto. Oggi il segnale è più sottile. Uomini in divisa che entrano in politica, militari nelle strade come presenza fissa, spese per le armi che crescono mentre la sanità aspetta. Una divisa vi sembra più credibile di una laurea?
5. Sessismo diffuso e normalizzato
Il regime voleva la donna madre e sposa. Mise una tassa sui celibi e premiò le famiglie numerose. Il sessismo fascista è un'idea di ordine: ognuno al suo posto, la donna in casa, l'uomo a comandare, chi ama in modo diverso fuori dal quadro. Una donna al vertice basta a cambiare il quadro? Guardate le leggi su famiglia, aborto, figli delle coppie dello stesso sesso. Chi ha deciso quale famiglia è vera?
6. Mezzi di comunicazione sotto controllo
Mussolini aveva le veline, fogli che dicevano ai giornali cosa scrivere e cosa tacere. Oggi le veline hanno altre forme. Si scelgono i vertici della televisione pubblica, si querelano i giornalisti, i programmi scomodi finiscono a tarda sera o chiudono. Il controllo può essere anche un clima: il cronista che ci pensa due volte prima di scrivere. Accendete il telegiornale della sera. Vi racconta il Paese o vi racconta il governo?
7. Fissazione con la sicurezza nazionale
La paura costa poco e rende molto. Un pericolo esterno, vero o gonfiato, giustifica tutto: poteri speciali, segreti, controlli. Il regime aveva l'OVRA, una polizia politica che apriva la posta e mandava spie nei caffè. La domanda è una sola. Ogni volta che vi chiedono un pezzo di libertà in cambio di sicurezza, quel pezzo poi ve lo restituiscono?
8. Religione e politica mescolate insieme
Il fascismo era nato anticlericale. Nel 1929 firmò i Patti Lateranensi: aveva capito che la fede porta voti e obbedienza. La religione diventa uno strumento, un simbolo da esibire sul palco, una bandiera da agitare contro chi è diverso. Quello che conta è l'uso che se ne fa. Quando un politico mostra un simbolo sacro in un comizio, sta pregando o vi sta chiedendo il voto?
9. Il potere delle grandi aziende sempre difeso
Agrari e industriali pagarono le squadre fasciste perché spaccavano le leghe contadine e le Camere del lavoro. In cambio ebbero ordine e salari bassi. Il patto tra soldi e potere politico è il cuore del sistema: ci si protegge a vicenda. Per capire se succede guardate le tasse. Chi paga di più in proporzione, il dipendente o chi ha grandi patrimoni? A chi vanno i condoni? Chi viene ricevuto a Palazzo Chigi e chi resta fuori dalla porta?
10. La forza dei lavoratori ridotta o schiacciata
Nel 1925, con il patto di Palazzo Vidoni, gli industriali riconobbero solo i sindacati fascisti. L'anno dopo lo sciopero diventò reato. I lavoratori organizzati sono la forza che un regime teme di più: sono tanti e possono fermare un Paese. Oggi i metodi sono altri. Si limita lo sciopero, si precetta chi incrocia le braccia, si accusa il sindacato di fare politica. Quando un ministro chiama capriccio uno sciopero, da che parte sta?
11. Disprezzo verso chi pensa, studia o crea arte
Nel 1931 il regime chiese ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo. Su più di milleduecento rifiutarono in dodici. Dodici. Gli altri giurarono: chi per paura, chi per lo stipendio, chi perché in fondo gli stava bene. Chi pensa dà fastidio perché fa domande. Si comincia con le battute sui professoroni e sui radical chic, sugli artisti che vivono di soldi pubblici. Poi arrivano i tagli e le nomine nei teatri, nei musei, nelle università. Chi ha studiato una materia per una vita è ancora qualcuno da ascoltare?
12. Ossessione per il crimine e la punizione
Il crimine è perfetto per chi governa con la paura: tocca tutti e si presta agli slogan. Nascono reati nuovi, le pene si allungano, la polizia ottiene più poteri e meno controlli. Chi protesta in strada finisce nello stesso mucchio di chi delinque. Il codice penale che usiamo ancora oggi, rattoppato, lo scrisse il fascismo nel 1930. Provate a contare i reati nuovi degli ultimi anni. Vi sentite più sicuri?
13. Favoritismi, corruzione e clientele
I gerarchi si arricchivano, sistemavano parenti e amici, si coprivano a vicenda. Un regime premia la fedeltà prima della competenza: chi è dei nostri va avanti. I controllori li nominano i controllati. Guardate chi siede nei consigli delle aziende pubbliche, chi dirige gli enti, chi ha ricevuto un incarico. Ha un curriculum o un cognome? Chi deve vigilare sui soldi pubblici ha ancora gli strumenti per farlo?
14. Elezioni truccate o manipolate
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti si alzò alla Camera e denunciò violenze e brogli nelle elezioni appena vinte dal fascismo. Dieci giorni dopo lo rapirono e lo uccisero. Quel voto si era svolto con la legge Acerbo, scritta apposta: alla lista che superava il 25 per cento andavano due terzi dei seggi. Oggi la manipolazione, quando c'è, arriva prima del voto. Si cambiano le regole a ridosso delle elezioni, si scrivono leggi elettorali su misura, si spostano poteri dal Parlamento a chi governa. Chi riscrive le regole mentre la partita è in corso vuole giocare o vuole vincere?
Ecco la lista. Prendete una matita e segnate le voci che vi sembrano già accadute, quelle che stanno accadendo, quelle lontane. Nessuna voce da sola fa un regime. Cent'anni fa il fascismo arrivò così, un pezzo alla volta, mentre molti ripetevano che chi dava l'allarme esagerava.
Entro un anno si torna a votare. Rileggetela prima di entrare in cabina.
































